Il mio amore

Aveva la pelle del viso liscia, il mio amore, al nostro primo appuntamento. Lo prendevo in giro, gli dicevo: “vent’anni e nemmeno un filo di barba”, ma in quel primo bacio sorrisi sentendo con le mie labbra una lieve peluria subito sopra le sue.

Quando, qualche anno dopo, gli sistemavo il nodo della cravatta, il giorno della laurea, sfiorandogli il mento con le nocche mi sentivo pungere da qualche pelo corto e ispido sfuggito alla rasatura: ce l’aveva fatta, lui, a laurearsi, e anche la sua barba a crescere. E tirava su le spalle fiero, mentre gli stiravo con le mani le pieghe della camicia buona, quella con la trama più spessa che pare granulosa, e gli accomodavo il colletto ridacchiando sciocchezze per tranquillizzarlo.

Aveva le mani umide, il mio amore, quel giorno al cimitero, umide di pianto e di sudore per quanto forte stringeva le mie. Aveva le mani umide ma il volto asciutto: e quel volto, lo stesso che conoscevo già da sette anni, mi pareva di colpo diverso, più spigoloso, più netto, più adulto, come scolpito da quel dolore di perdere il padre senza essere ancora stato padre a sua volta.

E come tremavano le sue mani due anni dopo, davanti all’altare, così tanto che non riuscivo a tenerle ferme per mettergli la fede al dito! E come tremavo io, quella notte, per il freddo o per la vergogna di essere guardata, e come lo amavo per aver chiuso la luce e avermi coperto con la sua pelle tiepida, accarezzandomi la schiena coi palmi ruvidi delle sue mani.

Aveva la pancia morbida, il mio amore, anche da giovane. Mi piaceva dargli un bacio sulla pancia, quando la domenica mattina mi svegliavo e lo trovavo accanto a me ancora addormentato, dargli un bacio sulla pancia e aspettare che si svegliasse per colazione, accoccolandomi ancora un po’ sotto le coperte a fianco a lui.

Io, invece, qualche anno dopo avevo la pancia soda e rotonda della gravidanza che stava per finire, la pelle tesa come un guscio sottile e resistentissimo. E appena uscita dalla sala parto, mi baciò sulla fronte e pensai che stavolta era il nostro amore ad avere la pelle liscia: piangeva ancora, ansioso di attaccarsi al seno, appena nato e con le manine piccolissime già strette fra le nostre.

Aveva mille nuove rughe, il mio amore, mille ogni anno. Quando tornavamo a casa la sera dal lavoro, prima di passare a prendere i bambini dai nonni, avevamo i nostri dieci minuti di intima chiacchierata quotidiana in macchina, nel tragitto. Dieci minuti per raccontarci le giornate, per decidere cosa fare per cena, anche per litigare. In quei dieci minuti a volte lo sentivo stanco, ogni anno di più: potevo sentire le sue rughe crescere, in quei dieci minuti, mentre posavo un bacio sulla fronte già corrucciata per una bolletta da pagare.

Per fortuna poi ci fu quell’anno che prendemmo casa al mare, con i bambini che nel frattempo erano diventati tre e si erano fatti grandi abbastanza da andare a guardare il fondale col papà vicino agli scogli. Peccato che poi era stato punto da una medusa proprio sulla pianta del piede, e quindi aveva detto basta alle osservazioni subacquee. La sera lo aiutavo a mettere la crema sulla bruciatura e lo prendevamo in giro coi bambini: aveva le dita dei piedi bizzarre, il mio amore, lunghe e sottili e poi un alluce enorme, sembravano tanti soldatini in fila davanti ad un generale grasso e spocchioso.

Aveva i muscoli del collo contratti, il mio amore, abbandonato sulla sedia del salotto: anche se gli davo le spalle lo sapevo. La sera, quando i ragazzi ormai adolescenti andavano a letto, le discussioni si facevano aspre fra noi: senza urlare, solo parole sussurrate per colpirci, silenzi fra le nostre spalle voltate. Ma nessun silenzio è mai durato più di una notte.

Adesso ha la pelle del viso ruvida, il mio amore, e quella delle mani è diventata sottile e fragile come una pellicola. Le rughe sul viso sono diventate un milione, intorno agli occhi per il tanto sorridere, sulla fronte per il corrucciarsi continuo. Le spalle si sono abbassate, incurvate: lo sento quando liscio le pieghe e gli abbottono l’ultimo bottone della camicia, ché le dita gli tremano e da solo non ci riesce più. Anche lo stomaco si è fatto prominente, merito di un hobby tardivo per il modellismo che lo fa stare per ore seduto in garage a incollare aeroplanini. Anche se le dita gli tremano.

E’ cambiato tanto, ma è ancor il mio amore: con i palmi ruvidi delle mani mi accarezza il viso da anni con la stessa dolcezza. Il mio viso, invece, non è più lo stesso: le mie mani lo sanno quando contano le rughe agli angoli degli occhi e sentono la pelle tesa sugli zigomi svuotati. Ma il mio amore, in questi anni, è stato il mio compagno, il mio amico, il mio fratello, ma è stato anche i miei occhi e con i suoi mi ha raccontato il mondo che io non ho mai potuto vedere: e non posso non credergli quando quando mi dice che sono ancora bella come quando mi ha conosciuta.

Credits: foto da Pixabay.

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