L’incipit di questa storia

Scrivere gli incipit di una storia è sempre stato per me il momento più divertente, un esercizio di fantasia e di stile, la luce di un fuoco d’artificio che preannuncia il rombo, o una melodia in sordina che cresce piano. All’inizio le parole vengono  giù come acqua di fonte, senza esitazione, come se fossero già state scritte e le stessi solo leggendo, solo trascrivendo. Il difficile arriva dopo: mantenere il ritmo di un inizio incalzante può trasformarsi in una corsa senza obiettivi che termina sul ciglio di un burrone.

Allora, stavolta voglio cominciare con il piede giusto. Se questo primo articolo sarà il metronomo della mia storia qui, voglio scegliere il tempo giusto a cui impostarlo .

L’incipit di questa storia è questo:

“Quando Mary Lennox arrivò al Castello di Misselthwaite per vivere con lo zio, tutti dissero che si trattava della bambina meno attraente che avessero mai visto. Ed era vero. Aveva una faccina sottile e un corpicino sottile, sottili capelli chiari e un’espressione acida. I suoi capelli erano gialli, e anche la sua faccia era gialla perché Mary era nata in India ed era sempre stata malata per un motivo o per l’altro.”

Lo so, lo so, questa non è farina del mio sacco. Per cominciare, però, sono voluta tornare lì dove tutto è cominciato, per me, nella brughiera di Missel, e di preciso a Misselthwaite Manor, dove una scontrosa bambina indiana ha scoperto la primavera.

Il vero incipit è:

“Sulla poltrona celeste del salotto inondato di luce era sprofondata una figurina col caschetto nero, che sfogliava un vecchio libro col dorso verde; aveva le sopracciglia aggrottate nella concentrazione, gli occhi attenti alla lettura. Era divertente guardarla, così assorta e così seria; attorno la casa era animata dalla presenza di tutta la famiglia, ma nella stanza era come se non ci fosse altro per lei: una bambina e il suo libro.”