Dell’arte di comporre i puzzle (e riprendere da dove abbiamo lasciato)

Quando, a maggio dello scorso anno, ho aperto questo blog, ero convinta di aver finalmente trovato il mio posto, la mia dimensione per fare quel che ho sempre amato, il modo per incastrare nella mia vita quotidiana lo spazio per scrivere. Più di tutto, ero convinta che non lo avrei mai mollato.

A maggio di quest’anno avevo già disatteso le mie stesse aspettative: non riuscivo a trovare un attimo di tempo per scrivere qui, e nemmeno per scrivere per me, incastrata sempre fra mille cose da fare e mille parole da imparare e mille formule da ricordare.

Ho sempre avuto l’abitudine di dedicarmi a più cose contemporaneamente, di comporre più puzzle insieme; un’abitudine dura a morire, che spesso mi porta parecchi grattacapi, ma ha l’irrinunciabile conseguenza di farmi sentire viva. Incastrare è quindi il verbo migliore per descrivere le mie giornate: mi immagino seduta su un grande tappeto colorato, circondata da cinque o sei puzzle iniziati e innumerevoli mucchietti di pezzi, che ricostruisco un po’ qui, un po’ lì, a volte con calma, a volte freneticamente, cercando di dedicare uguale tempo a mettere insieme le immagini che vanno delineandosi attorno a me. Di solito, ci sono due o tre puzzle “quiescenti” , a cui mi dedico saltuariamente, sistemando un paio di pezzi ogni tanto, e altri tre o quattro progetti che invece mi impegnano a tempo pieno. Ci sono due momenti in cui un solo puzzle mi assorbe completamente: all’inizio quando non riesco a distinguere bene la figura e alla fine quando sto per portare a termine il mio lavoro.

Ecco, in questi mesi di assenza dal blog mi sono dedicata a concludere il mio “puzzle universitario”: me lo immagino come uno di quelli per bambini con i pezzi grandi (ventiquattro per l’esattezza, come il numero degli esami di questi tre anni, più uno per la tesi e un paio per la burocrazia che vale due volte la tesi), solo che per incastrare un solo pezzo possono volerci mesi. Ad una settimana dalla posa dell’ultimo tassello, posso finalmente tornare a guardarmi intorno sul mio tappeto e occuparmi degli altri. Questo blog – questo puzzle – ha pezzi minutissimi, di quelli che sembrano indistinguibili tanto sono simili le sfumature di verde degli alberi, e di marrone delle ombre, e di azzurro del cielo. Quando l’ho aperto mi ci sono dedicata anima e corpo, costruendo il bordo (mi hanno insegnato che è la migliora tecnica per i puzzle con molti pezzi) e riempiendolo poco a poco.

Adesso vorrei riprendere a comporlo. Me l’hanno venduto senza l’immagine in copertina, quindi non so quale sia l’immagine che sto ricostruendo: il modello a cui tendere non c’è e allora faccio di testa mia, associando a gruppi i pezzi che sembrano simili anche se non so come si inseriscano nel quadro d’insieme. Ho messo insieme quelli che raccontano dei miei primi viaggi nella scrittura in Aloni di penna blu, ho raccolto il mio epistolario immaginario ne Il telegrafo, ho aperto una parentesi di leggerezza con Le memorie di Jean-Claude, ho accostato le storie raccontate a occhi chiusi sotto il nome di imieisensi. Qualche pezzo resta sparso, ancora senza collocazione, nella sezione Racconti, e poi c’è il Diario di bordo a raccogliere le cronache dei miei pensieri in questo viaggio bellissimo, di quello che immagino ci sia dietro i pezzi che metto insieme.

Non so da dove ripartirò, so solo che non ho fretta di finire, ma voglio gustarmi la meraviglia di un disegno che si delinea pian piano, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo. Racconto dopo racconto.

Vi aspetto qui, se vorrete passare a trovarmi e a dirmi cosa vedete in questo puzzle, a darmi nuove idee su come svilupparlo o semplicemente ad assemblare qualche pezzo con me.

Vostra, Pervinca.

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