Del perché ho aperto questo blog

Mi sono sempre chiesta se vi fosse un limite nel raccontare in cui finisce la storia e inizia l’autobiografia, e soprattutto se si potesse oltrepassare rimanendo illesi questo limite, che mi appare tuttora spaventosamente invalicabile. O meglio, spaventoso perché troppo spesso lo attraverso senza rendermene conto, e quando d’improvviso mi accorgo di averlo superato, ecco che torno frettolosamente indietro e cancello, sfumo i contorni là dove avevo già disegnato linee troppo vicine per essere rimosse senza danni, maschero quei segni decisi in ombre che poco o nulla conservano del tratto iniziale.

La narrazione è di per sé un campo minato: e il più grande pericolo per me è proprio la tentazione autobiografica. Scrivere di sé, anche se con la voce di un altro, corrisponde a fornire una chiave di lettura più o meno precisa della propria anima, e non sono poi così sicura che questo mi piaccia. D’ altronde, devo ammettere che spulciando i miei diari di quando ero bambina, gli spunti di vita reale mi fornirebbero abbastanza materiale per scrivere da qui ai prossimi dieci anni. Per quei ricordi ho invece una sorta di gelosia, come anche per molti episodi che tante volte mi tornano in mente mentre scrivo, e mi  mordo la lingua (metaforicamente) per non raccontare. Non so se questa scelta – o forse è solo naturale ritrosia?- rappresenti un limite tanto a livello personale quanto nello scrivere, o se invece sia qualcosa di buono, una sorta di tela protettiva alle prevaricazioni del mondo esterno nella personalissima sfera delle mie esperienze e dei miei sentimenti.

Mi è capitato di pensare, leggendo alcuni libri, che la professione dello scrittore dovesse necessitare di grande generosità per poter regalare le proprie idee, le proprie parole al lettore, un perfetto sconosciuto. Questa generosità è cominciata a mancarmi non appena è finita l’infanzia, lasciando il posto alla sensazione netta che le mie parole non fossero poi così necessarie, che potevo tenerle per me e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza, che quello che scrivevo non meritasse di essere letto, e che non mi dovevo lasciare troppo andare ma nascondermi ben bene dietro le parole per poter essere apprezzabile. In un contesto social, in particolare, dove tutti dicono la propria opinione, ho cominciato a pensare che esprimermi non fosse così importante.

Negli ultimi tempi ho capito che il punto non è questo: se scriviamo è per farci leggere, perché è nella nostra natura di uomini voler comunicare ed essere ascoltati. Se ci doniamo nella scrittura (e non solo) il racconto ritorna indietro rinnovato, pulito, vero. E ho deciso non solo di buttarmi, ma di restare dentro e provare a stare a galla, pur navigando a vista, sulla mia barchetta di carta e parole.

In questo blog voglio lasciare ai miei racconti vecchi e nuovi il compito di parlare del mondo come io lo vedo e – inspira ed espira, inspira ed espira-  anche di me. Per questo non vorrei ci fossero post in cui si tratta un argomento qualsiasi, anche inerente alla scrittura, in forma di articolo “di opinione”; è un blog di racconti e desidererei che fosse esclusivamente sviluppato in questo senso.

Anche perché, diciamocelo, mi sono bruciata tutte le frasi migliori qui, e ci vorrà un bel po’ per rifarne scorta.

Buona lettura,

Pervinca

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  1. Pingback: Dell’importanza del parlare – Misselthwaite Manor

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